A quasi 40 anni dall’ultimo concerto, abbiamo deciso di raccontarvi la storia di uno dei simboli assoluti di musica e green. Bob Marley, grazie alla sua vita e ad il suo pensiero, è un personaggio trasversale, in grado di portar avanti concetti e significati senza bloccarsi alla sola musica. Il 23 settembre ci ha deliziato con la sua ultima performance e ci tenevamo, proprio questa settimana, a rendere omaggio a questo genio della musica.

Gli esordi di Bob

Bob nasce con il nome di Robert Nesta Marley il 6 febbraio del 1945 a Nine Mile, in Giamaica. Il padre, Norval Sinclair Marley, è un bianco di origine britannica trasferitosi anni fa con la famiglia dal Sussex, la madre, Cedella Booker, era invece una giovane ragazza nera. A causa delle dure leggi razziali operanti nel paese, la relazione fra i due venne subito vista di malocchio tanto che, proprio per evitar “scandali”, Norval decise di abbandonare la consorte, diventando una sorta di “spirito” nella vita del giovane Bob. A 12 anni il futuro musicista seguirà la madre a Kingston, abbandonando subito la scuola e lavorando come saldatore. Sarà nella capitale giamaicana che incontrerà per la prima volta Bunny Livingstone, personaggio chiave nel suo percorso musicale.

Con l’amico e Peter Tosh nel 1964 fonderà i The Wailers, il gruppo che lo renderà leggendario e che gli permetterà anche di conoscere la sua futura moglie Alpharita Costancia Anderson. La ragazza all’epoca fa infatti parte delle I Threes, le coriste dei The Wailers; nel 1966 la sposerà definitivamente e da lei avrà ben 3 dei suoi 13 figli. Un anno dopo si convertirà definitivamente al Rastafarianesimo, ponendo così alcune delle solide basi della sua musica e del suo pensiero, consolidatesi nel 1973 con l’uscita del primo album “Catch a fire”.

Il successo planetario e la morte

Nel 1974 la band si sciolse, con Livingston e Tosh che intrapresero delle carriere da solisti, ciò però non fermò Bob che riformò il gruppo, lanciando nel 1975 “No woman, no cry”, suo primo successo planetario. A questo seguirà poi l’album “Exodus” del 1976, uno dei suoi più celebri in assoluto, in grado di rimanere in classifica per ben 56 settimane, più di un anno.

Insieme alle belle notizie, però, ne arrivano anche di ben più drammatiche. Nel luglio del “77, infatti, il cantante si accorge di una piccola ferita all’alluce destro. Inizialmente viene creduto un taglio preso durante una partita di calcio, poi però si rivelerà un tumore maligno. Gli verrà amputato il letto dell’unghia, ma ciò non fermerà la malattia che, anzi, continuerà ad avanzare nel tempo. Nel 1980 pubblica il suo ultimo album “Uprising”, inaugurando il suo ultimo tour, ricordato da tutti come il più spettacolare. L’apice viene raggiunto a San Siro, in un’incredibile cornice di 100’000 spettatori (con tanto di apertura ad opera di un giovanissimo Pino Daniele), l’ultima tappa sarà però il 23 settembre a Pittsburgh. Da quel momento in poi le sue condizioni peggioreranno sempre di più, tanto da portarlo alla morte nel maggio del 1981.

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