Si chiama Manifesta, è stata creata da una storica contemporanea, Hedwif Fijen per favorire il dialogo fra cultura e società attraverso l’arte ed è arrivata alla 12esima edizione.

Questa volta tocca a Palermo, che la ospita fino al 4 novembre, contemperare il proprio spirito con quello della Biennale itinerante, che fa emergere l’anima di persone e luoghi. Il tema principale è il “Giardino planetario. Coltivare la coesistenza”.

Non a caso, il tour comincia dall’Orto botanico, creato nel 1789, visto che l’immagine guida della kermesse è stata identificata nel dipinto Veduta di Palermo (1875) di Francesco Lo Jacono, dove le piante raffigurate non sono autoctone ma provenienti da Medio Oriente, Australia, Giappone e Messico.

Gli artisti espongono in luoghi molteplici: Palazzo Butera, antica residenza dei Principi Belforte prima di essere rilevata dai collezionisti Massimo e Francesca Valsecchi; Palazzo Costantino; il Teatro Garibaldi; il cuore arabo della città, nella Palermo medievale, la Kalsa.

Fra i lavori esposti, quello della cubana Tania Bruguera, che denuncia l’installazione di tre antenne su una collina di alberi da sughero in Sicilia, da parte della marina Americana. Il colombiano Alberto Baraya costruisce un sorprendente parallelo tra la flora della città e le sue tradizioni religiose e popolari;

l’artista  olandese Melanie Bonajo  riflette in maniera sottile e visivamente assai suggestiva sulla mancanza di relazioni tra esseri umani e natura nell’era globale e tecnologica, mentre Wishing Trees dello svizzero  Uriel Orlow (1973) racconta tre diverse storie di relazioni tra alberi siciliani ed eventi storici,