Coltivazioni bio, piante spontanee, lavorazioni artigianali, così nasce il cappello eccellente. Che cambia aspetto e colore. Più che un accessorio, il Panam è patrimonio dell’umanità. Mille intrecci per cm quadrato e giorni di lavoro per farne uno, rigorosamente a mano.

È il re dei cappelli. Un delicato, fascinoso copricapo, leggero come un’ala di farfalla color avorio, nella sua accezione sofisticata appannaggio dei grandi eleganti. Un’opera spontanea dell’ingegno de del saper di un popolo che perfino l’Unesco, nel 2012, ha protetto come patrimonio immateriale dell’umanita, vera apoteosi dell’ecosostenibilità tradotta in rara eleganza,  è tanto più ammirevole perché nato da piante simii a piccole palle che crescono nella sierra sudamericana, in un microclima che favorisce piantagioni spontanee alternate a quelle di cetrioli, peperoni, limoni e del tutto immuni da tecniche di coltivazioni intensive.  Al massimo, il sottobosco viene ripulito a colpi di macete dagli arbusti che potrebbero soffocare gli esemplari della preziosa simil-palma, per botanici Carludovica palma, in dialetto locale chiamata semplicemente toquilla. Benché possano crescere fino a un massimo di tre metri, non sviluppano mai un tronco legnoso, hanno larghe foglie verdissime a forma di ventaglio e un rigoglio direttamente proporzionale all’umidità del suolo argilloso, mantenuta tale proprio dalle foglie ombrose. Da gennaio a maggio, intere famiglie si dedicano alla raccolta manuale dei germogli, i cogollos, che racchiudono i teneri, finissimi ventagli ancora in boccioli, strattamente arrotolati: verranno affidati alle rustiche ma abilissime mani dei toquillores per una lavorazione artigianale rimsta identica nei decessi.

Addiritttura nei secoli, se è vero che i primi conquistatores furono accolti da indios coronati di copricapi che parevano fatti della pelle di chissà quale misterioso animale. Ma a dispetto del nome, nasce in Ecuador, nell’ottocento. Oggi in auge, in testa ad attori, cantanti e modelle, da Johnny Depp a Kate Moss.

 

 

 

 

Fonte: THELife, numero 36, maggio/giugno 2017, di Isa Bonacchi