Chi non pratica lo yoga, alzi la mano. Vediamo poche timide manine alzate. Siamo rimasti davvero in poche/i a non essere ancora caduti nella spirale dello sport più trascendentale e spirituale a disposizione anche nelle nostre città occidentali. Sicuramente ci piace la filosofia di questa pratica che mira al benessere psicofisico, dalle lontane e affascinanti radici nell’antico Oriente. Siamo dei golosi e ci siamo posti questa domanda: cosa mangia un praticante lo yoga?

Non ci sono testi a cui fare preciso riferimento per quanto riguarda il tema di “cosa mangia chi pratica lo yoga”, ma sicuramente alcuni testi sacri hanno lasciato delle chiare indicazioni, soprattutto nei tre “gune” (che vedremo più avanti), delle specie di classi di appartenenza nelle quali vengono distinti i cibi, a seconda delle vibrazioni che trasmettono all’organismo che se ne nutre.

Il tema è vasto e complesso, noi cercheremo di spiegarvelo, sperando che la necessità di essere concisi non venga scambiata per superficialità di trattazione.

Con la premessa dei primi maestri dello yoga che invitavano a riflettere non solo sul tipo di cibo da introdurre nella propria alimentazione, ma anche sul nostro atteggiamento verso il cibo e sull’effetto che desideriamo ottenere dal cibo che consumiamo, il cibo non è solo quello con cui ci nutriamo, ma tutto ciò che entra in relazione con noi: incontri, passatempi, e cibo, certamente.

Ma torniamo al cibo vero e proprio. Esistono cinque regole etiche e morali universali, di cui il saggio Patanjali parla in uno dei testi fondamentali dello yoga, Yoga Sutra.

Questi cinque freni o “astinenze” danno indicazioni per evitare o limitare i comportamenti che possono essere dannosi e distruttivi per il praticante di yoga e per le sue relazioni con gli altri.

La prima e più importante yama– nonché trasversale a tutte le altre – è ahimsâ, cioè la nonviolenza.

Per rispettare il principio della nonviolenza uno yogin (cioè un praticante di yoga, yogini se donna) non dovrebbe mangiare nessun animale: se mangio un animale, vuol dire che io o qualcuno per me l’ha ucciso e ho dunque commesso violenza, infrangendo la regola dell’ahimsâ.

Dunque niente carne, pesce, salumi, insetti. Per l’apporto proteico il vero yogin si orienterà sulle proteine vegetali, contenute in quantità nei legumi (come fagioli, piselli, ceci, fave, soja, lenticchie) e nei semi (mandorle, nocciole, arachidi, anacardi, olive, semi di girasole, di sesamo, di zucca).

L’autentico praticante dello yoga potrà poi scegliere se nutrirsi con l’enorme gamma di latticini, che sono ammessi nella tradizione dello yoga, ma che oggi però provengono per lo più da allevamenti industriali che, pur senza ucciderli, causano e hanno causato sofferenza agli animali.

Chi compie una scelta di vita vegana non mangia dunque carne, pesce e salumi, né si nutre di sottoprodotti animali come i latticini, le uova e neppure di miele.

Scegliere una dieta vegetariana non è un passo repentino e obbligato per chi pratica yoga.
Spesso il passaggio dalla dieta onnivora a quella vegetariana è graduale, avviene man mano che aumenta l’esperienza nella pratica, la consapevolezza e l’attenzione ai princìpi etici dello yoga.

Per affrontare questo passaggio graduale, ci si può ispirare alla classificazione dei cibi secondo la tradizione indiana dello yoga e dell’ayurveda che suddividono gli alimenti secondo il loro guna (letteralmente “virtù, caratteristica”).

I tre guna sono:

  1. Tamas, il guna della pesantezza, dell’inerzia. A questa categoria appartengono la carne, i salumi, i cibi inscatolati, o precotti e poi riscaldati, i grassi.
  2. Rajas, il guna dell’energia, a cui appartengono i cibi eccitanti (caffè, tè, vino, birra, alcolici), i cibi piccanti, amari, tutte le spezie.
  3. Sattva, il guna della leggerezza e dell’armonia: vi appartengono il riso, il grano, il miglio, il mais, l’avena, l’orzo, il latte, il miele, i legumi e la verdura, tutti cibi leggeri e puri.

Tamas, Rajas, Sattva, sono i tre guna, le influenze esercitate dall’energia materiale su tutte le cose.
Tamas corrisponde all’ignoranza (illusione, confusione, pigrizia); Rajas corrisponde alla passione (avidità, attaccamento, desideri); Sattva corrisponde alla virtù (conoscenza, moderazione, serenità).

Per cominciare senza “rivoluzionare” da un momento all’altro la propria alimentazione, il praticante di yoga può iniziare privilegiando i cibi sattvici, ovvero della terza categoria. Contemporaneamente può diminuire i cibi della seconda categoria ed eliminare quelli della prima (o anche mangiarne solo una o due volte alla settimana, per cominciare).

Il consumo di carne è dunque sconsigliato; oltre a irrigidire le giunture, rendendo più difficili molte posizioni dello yoga in cui sia richiesta flessibilità articolare, la carne appesantisce, anche nel senso di rendere l’energia più pesante, cioè tamasica.

Per rispettare l’indicazione degli yama che invita alla pulizia è meglio escludere anche gli alcolici (d’altra parte facciamo yoga per essere svegli e consapevoli, mentre l’alcool produce l’effetto contrario).

No anche ai cibi troppo grassi (come i latticini) o troppo proteici (come le uova mangiate troppo spesso).

Sì a quegli alimenti che hanno qualità sattviche. Puri, questi cibi aumentano l’energia, la forza e la resistenza, senza appesantire, per esempio:

  • cereali (orzo, riso, miglio);
  • frutta secca e fresca;
  • ortaggi;
  • spezie e semi (inclusi i legumi, cioè le proteine vegetali: ceci, lenticchie, soia rossa e verde, fagioli di tutti i tipi, piselli, fave, lupini);
  • erbe.

Per lo yoga è meglio mangiare moderatamente e “alzarsi con lo stomaco ancora un po’ vuoto”, seguendo l’adagio secondo cui nello stomaco deve esserci “un terzo di cibo solido, un terzo di cibo liquido e un terzo di spazio perché il cibo possa muoversi”. Perciò, qualunque sia il cibo che decideremo di assumere, è meglio che sia poco in quantità.

Ecco un esempio pratico di alimentazione adatta alla salute e al benessere di chi fa yoga.

  • Colazione: tè, o tisana, o caffè d’orzo, con latte vegetale (di riso, soia, avena, orzo), pane integrale (spalmato con miele o malto o marmellata senza zucchero raffinato), oppure muesli con qualche nocciola o mandorla; evitare la frutta, che è meglio mangiare fuori pasto
  • Pranzo: riso con verdure e/o una piccola porzione di legumi
  • Cena: zuppa, in migliaia di combinazioni per tutti i gusti, e un po’ di pane integrale (soprattutto se si è praticato yoga fino a tardi è meglio mangiare poco o niente, altrimenti non si dormirà bene perché si starà ancora digerendo!)
  • Spuntini e merende: zenzero candito, frutta fresca, secca e/o disidratata

Fonte: gruppomacro.com